American horror stories

Ormai tutti conosciamo la serie tv di American horror story: 10 stagioni, un’aria cult e cool incredibile, horror che mischia temi LGBT con lo splatter più crudele, e ovviamente i suoi due autori, Ryan Murphy e Brad Falchuk, le star della tv più sovversiva e sopra le righe, da Nip/Tuck a Glee. Alla corte della strana coppia, l’etero Brad e il gay Ryan, amici e compagni di successo, sfilano ex star del passato come Jessica Lange o John Travolta, nuove talentuose leve (Emma Roberts, Taissa Farmiga, Evan Petersen), e ottime attrici, sempre sottovalutate, come la meravigliosa Frances Conroy. In American horror story poi ricordiamo il fantastico Denis O’Hare nei panni di una meravigliosa vamp del passato, Liz Taylor, come la diva, poi le bellissime Alexandra, Breckenridge e Daddario, una perfetta e sensuale Lady Gaga e ovviamente Sarah Paulson che, prima di questa serie, non era nota. Onore quindi a Murphy e Falchuk che hanno saputo anche far recitare i sassi ovvero Dylan McDermott che i più ricordano solo per Hardware, immenso capolavoro di Richard Stanley.

Con American horror story abbiamo assistito alla nascita di un nuovo tipo di horror, vicino per temi alle opere di Clive Barker con quell’idea tra il sudicio e il romantico di sesso e morte, ma molto più patinato, stiloso e glamour. Come se un delirio di Greg Araki alla Doom generation fosse fotografato da David LaChapelle, come se una messa diventasse all’improvviso Like a prayer di Madonna, o una banale sit com fosse ideata da Michael Ninn con tanto di sesso stile playboy declinato al porno per masse. American horror story è un prodotto per tutti, ma è davvero concepito per pochi: troppo grottesco, troppo estremo, troppo di troppo, un serial di eccessi e stramberie che però, nelle mani della coppia d’oro della tv queer, è perfetto e armonico.

Ad American Horror story che vive in queste settimane la sua decima reincarnazione, Double feature, si è unito, un po’ sottovoce, uno spin off, American horror stories, antologica, di sette puntate, collegate alcune però con la serie madre. Negli States è giunta al termine, ma da noi è sbarcata, due settimane fa, su Disney+, nel suo canale adulto Star, con un episodio doppiato in italiano, rilasciato il mercoledì.

Noi di Malastranavhs ovviamente l’abbiamo vista tutta e ve ne vogliamo parlare stando ovviamente attenti agli spoiler.

In primis rispondiamo ad una domanda semplice: vale quanto American horror story? Sì e, aggiungiamo, risulta migliore di alcune stagioni viste nella serie principale, Cult, per esempio, o Apocalypse, interessanti all’inizio ma con una certa noia e stanchezza nel loro sviluppo.

Certo è che queste Stories, per essere fruite al massimo, richiedono, in almeno due episodi l’assoluta conoscenza della mitologia di AHS, soprattutto la prima, Murder house.

La forza di questo spin off è riuscire ad appassionare e convincere in episodi da 50 minuti circa con la stessa freschezza di un Creepshow di George A. Romero.

Ma andiamo a parlarne nello specifico.

Si comincia con Rubber(wo)Man che copre i primi due episodi. Si rivela un piacevole film di 100 minuti che funge da pilot alla serie: truce, sessualmente esplicito e con tutta l’atmosfera stilosa e grottesca della serie. È girato dal regista televisivo Loni Peristere, già consolidato con qualche episodio di AHS, Freak show, Hotel, Apocalypse, 1984 e l’ultimo, Double feature. Per apprezzare meglio questo lungo frammento si consiglia di rivedere Murder house, la prima stagione, o alcuni passaggi saranno sicuramente persi. Nel cast troviamo un volto già noto come Matt Bomer, ma anche alcune efficaci promesse, Paris Jackson, figlia del celebre cantante Michael, Kaia Gerber, supermodella come la madre Cindy Crawford, anche se a spiccare, con la sua sofferta interpretazione, è soprattutto la Rubber(wo)Man del titolo, Scarlett, interpretata dalla rossa Sierra McCormick. Il pilot potrebbe essere una rielaborazione della trama di Murder house, spogliata però del coté soprannaturale, e spinta nel versante omosessuale. Se, in un certo modo, la famiglia composta da Connie Britton (Vivien Harmon), Dylan McDermott (Dr. Ben Harmon) e Taissa Farmiga (Violet Harmon) era un ritratto accomodante del sogno americano, etero e da spot pubblicitario, quella di Matt Bomer (Michael Winslow), Gavin Creel (Troy Winslow) e Sierra McCormick (Scarlett Winslow) è gay, la stessa figlia è lesbica. Ormai il pubblico sa cosa aspettarsi dallo show di Murphy e Ryan, non serve più nascondersi dietro una facciata politicamente corretta per poi strapparsi la pelle. La carne è già dilaniata e mostra la bellezza dell’anatomia umana, una concezione barkeriana di splendida mostruosità. Rubber(wo)Man affronta il tema del bullismo, in una sottotrama non dissimile alla Carrie di Stephen King/Brian De Palma: Scarlett è sì la nuova versione di Violet ma fusa con Tate Langdon, quindi una vittima sacrificale che si trasforma in un feroce serial killer. Il bagno di sangue che chiude magnificamente il primo episodio, sulle note di Twisted Nerve, lascia il passo ad un secondo episodio, forse più prevedibile, ma romantico. “Normal people scare me” era la scritta sulla maglietta di Evan Petersen in Murder house, e la filosofia resta la stessa anche in questo episodio: a far paura non sono i fantasmi, ma la gente comune, magari zii come quello di Troy Winslow che abusano di lei, e che meriterebbero una morte senza ritorno. Il finale con vendetta è di quelli che lasciano il segno. Promosso. Se esistessero i pallini alla Malastranavhs avrebbe 8/10.

Drive In è invece diretto dall’Eduardo Sanchez di Blair Witch. Episodio molto teso e pieno di gore con tanto di peni strappati dopo blow job e facce mangiate. Peccato che ricalchi, purtroppo in peggio, il miglior episodio di Master of horror, Cigarette Burns di John Carpenter. Questo soprattutto perché, con tutto il bene che vogliamo a Sanchez, non è Carpenter, e non basta aggiungere qualche volto cult come Adrienne Barbeau o una trama che, ad un certo punto, tocca pure il nostro Demoni, per essere efficace. La storia è quella di un film maledetto, Rabbit Rabbit, che sembra causò una strage decenni fa, facendo impazzire il suo pubblico. Un ragazzo deciderà di portare la fidanzata (che eternamente gli si nega) in un drive-in a vedere appunto questo horror, e provarci, con, ovviamente, le sfighe annesse. Lei, ragazza da eterno due di picche, dopo tutto questo gliela darà, ma a caro prezzo in un finale dal sapore apocalittico. Senza Cigarette Burns un 7/10, con quello un 6—————– che, direbbe il mio prof delle Medie di tecnica, è meglio di un calcio sui denti.

The Naughty List, diretto dal figlio di Fonzie, Max Daniel Winkler, ed è l’episodio più divertente e ignorante. Prendete tre primati da youtube o da MTV con quei programmi tipo “Ricchi e ignoranti del New Jersey”, o come si chiama, e che qui è noto come Bro House, nel quale questi ragazzotti bellocci si filmano in piscina, prendendo like e non facendo nulla. Ecco che i giovani, un po’ scemi, tipo i modelli di Zoolander, decideranno che è la cosa più intelligente del mondo, per aumentare i like, è filmare un suicidio con cori da stadio e risate. Ovvio che i like scenderanno alle stelle, gli sponsor si ritireranno e loro avranno, nel vano tentativo di successo, idee sempre più sceme. Finché non romperanno le scatole a un serial killer che ha la faccia mica da Ezio Greggio ma da Danny Trejo, uno che lanciava coltelli come proiettili in Desperado e ha interpretato Machete. The Naughty List si rifà, nella seconda parte, ai classici horror natalizi come Natale di Sangue, To All a Good Night, Christmas e l’episodio de I racconti della cripta con Joan Collins braccata da Babbo Natale: tutto molto sanguinoso, teso, con un albero addobbato di luci colorate e frattaglie umane. Più vintage di Tarantino e Rodriguez, ma anche divertente. Nella prima parte i tre tontoloni, più il quarto che fa il cameraman, ci regalano primizie come fingere di essere gay restando etero con il ritornello “Non sono gay” ripetuto come mantra per far capire che, appunto, a loro piacciono le donne. Scemo ma onesto, si merita il 7/10 che Drive In non ha preso.

BA’AL, diretto da Sanaa Hamri, è una storia che vuole unire Rosemary’s baby al classico Spiritika di Kevin S. Tenney. Gore soprattutto nella parte finale con spine dorsali strappate, e una grande atmosfera durante il primo atto, è la storia di una coppia che, non riuscendo ad avere figli, si affida a Ba’al, divinità sumera, ottenendo sì un bimbo ma anche un demone che vuole il suo tributo di sangue. L’episodio riesce a mantenere alte le sorprese fino al colpo di scena finale che mi ha ricordato un po’ i vecchi gialli di Sergio Martino con George Hilton e la Fenech. Nulla da strapparsi i capelli, notevole solo la bella e talentuosa Billie Lourd, già vista in Scream Queen, ma per il resto, dai, 6/10.

Feral è finalmente diretto da Manny Coto che ha scritto quasi tutte le sceneggiature di questa serie. Sfortuna che a lui vada uno dei segmenti meno convincenti che cerca di mischiare le leggende tipo Bigfoot o Sasquatch con i rapimenti dei bambini. Ne esce fuori un Wrong turn meno splatter e divertente con l’unico pregio di avere un finale così cattivo da lasciare basiti. Il tema del campeggio e dei boschi era stato affrontato meglio in 1984, ma qui si mette in scena soprattutto uno dei terrori maggiori di ogni genitore: perdere di vista un figlio e farselo rapire. Agghiacciante senza dubbio ma la storia prosegue per inerzia, mai tesa o appassionante. È girata benino e per questo ha il nostro 5/10.

Game Over, diretto da Liz Friedlander, chiude la stagione con un finale assoluto delle vicende di Murder house salvo poi pentirsene sul finale e usare il vecchio tema, abusato fin dagli anni 90 già da Premonizioni di Brett Leonard, della realtà virtuale. Una specie di “E i bambini dell’Africa?”, carta salva tutto alla quale nessuno, con un po’ di cuore, può controbattere, soprattutto tu, bambino, che non vuoi mangiare la minestra. Più che un episodio è una rimpatriata con i mostri classici tipo l’uomo con la testa di maiale, con l’attore della prima stagione che non è diventato famoso come gli altri, Dylan McDermott, cagnaccio come sempre, con l’occhiolino al fan service che cita tutte le stagioni più iconiche, e un sottofinale, forse alla Mario Bava, che non ha senso. Però è girato bene, l’alchimia sessuale tra e Sierra McCormick e la figlia di Cindy Crawford è altissima, prevedibile ma poteva andare peggio, di certo non dice nulla di nuovo. Una sola cosa da dire a Manny Coto che lo scrive: l’industria dei videogames ha fatto passi da gigante e il videogioco di Murderhouse, quando non ha scene filmate, sembra un incubo da ps2, fermo a vent’anni fa. Voto 6 ma solo per Sienna che si veste in lattice.

Andrea K. Lanza

TRAILER

CAST & CREW

American Horror Stories

Anno: 2021

Genere: drammatico, orrore, antologico

Stagioni: 1

Episodi: 7

Durata: 37-49 minuti

Ideatori: Ryan Murphy, Brad Falchuk

Disponibile: STAR Disney+

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