Nel 1994 il western era un genere zombi: rinato in una seconda vita grazie al successo di Balla coi lupi, di quattro anni prima. Dal blockbuster intimista di Kevin Costner si erano prodotti nuovi film, alcuni capolavori, come il caso de Gli spietati di Eastwood, altri buoni oggetti sfortunati, come L’ultimo fuorilegge con uno strepitoso Mickey Rourke.
Quindi perché non far rivivere, in un periodo così fruttuoso, anche il nostro spaghetti western?
Il primo a pensarci fu Enzo G. Castellari che girò in Russia un ibrido tra Keoma, uno dei nostri prodotti migliori, e, appunto, il Balla coi lupi di Costner. Jonathan degli orsi, con quella insulsa patina da tv movie Reteitalia portato al cinema, era scandalosamente brutto: nulla funzionava, né il cast che rivedeva l’eroe di tanti spaghetti western, Franco Nero, come protagonista, né una regia che parodizzava, nel reparto geriatria dei generi defunti, la tecnica del suo autore, quel Castellari che in passato aveva fatto dei ralenti una poetica e che ora sembrava solo brutto Bagaglino.
In questo sfacelo arrivarono anche i nostri eroi del cinema popolare, quei Bud Spencer e Terence Hill che anni prima erano stati campioni d’incasso, partendo, appunto, dal western, rivisitato dal regista E. B. Clucher in un mix incredibile di risate e cazzotti, qualcosa di mai visto prima che non sviliva il genere o i suoi topoi, ma lo arricchiva in una dimensione innovativa di leggerezza e goliardia.

I due si erano sciolti, come coppia artistica, nel 1985, dopo lo svogliato Miami Supercops (I poliziotti dell’8ª strada), per buttarsi soprattutto in una carriera solista in tv: Terence con Lucky Luke, Bud con Detective Extralarge. Successi a loro volta. Botte di Natale fu la risposta al genere più in del periodo, il western, con l’idea sulla carta vincente di dare un seguito, anche se spurio, al cult movie Lo chiamavano Trinità.
Stavolta però non c’era E. B. Clucher a girare ma Terence Hill e i due eroi sì si comportavano come Trinità e Bambino ma non lo erano. A nessuno interessava, nel 1994 come nel 2022, di vedere le avventure di Travis e Moses, due anziani pistoleri con la maledetta artrite a bloccarli nei momenti più concitati. In più c’era, perenne, quest’aria di canto di Natale alla Frank Capra che mal si univa con le atmosfere surreali e cartoonesche del cinema cazzotti e fagioli che il pubblico aveva tanto amato.
Mancavano non solo buone idee di sceneggiatura, ma anche l’anima che facesse spiccare Botte di Natale da anonimo western a western di Bud Spencer e Terence Hill, circense, scatenato, divertente come se i Looney Tunes fossero stati diretti da E. B. Clucher, ancora lui, un tassello importante e dimenticato.
Hill non era più Hill, non almeno lo stesso che pochi anni prima faceva sfaceli al botteghino: nel 1990 era morto, in un incidente, il figlio adottivo Ross lasciando l’attore solo, in una spirale depressiva buia e disperata. Lo salvò la fede in Dio come dichiarò a Famiglia Cristiana nel 2001.
“Purtroppo quando succedono queste cose è sempre il silenzio a prendere il sopravvento. Non riesci più a parlare, guardi l’altro figlio e pensi “che cosa gli dico adesso?”. Io sono disperato so che anche lui lo è e a che serve sommare dolore e dolore? E finisce che ci si allontana muti e soli. Poi piano piano il tempo allevia un po’ la sofferenza e finalmente si torna a parlare anche di “quello”.[…] Grazie alla fede, che mi ha sorretto in questi momenti terribili, e al lavoro, senza il quale sarei impazzito”.

Gira finalmente, nel 1991, quel Lucky Luke che lo farà riscoprire anche alle nuove generazioni, ma si è perso, in quel terribile lutto, qualcosa, una scintilla che non tornerà mai più.
Botte di Natale è una baracca in balia di un uragano: è un posso essere senza tentare, è un rifare il passato con la concezione di rendere tutto ancora più ovattato e per famiglie. In questo Botte di Natale è un miracolato perché è una fiction di Canale 5 che arriva al cinema, con gli stessi difetti di un Sandokan senza Sollima, di un Lamberto Bava che ci racconta storie da caminetto, stringiamoci insieme, cioccolata calda, perché fa freddo. Ci sono certo gli schiaffi, i fagioli, questa volta bevuti e non mangiati, le risate, ma anche i bambini, irritanti come pochi, e i buoni sentimenti. La polvere, il fango e la sporcizia di Trinità viene ripulita e sostituita dai canti di Natale, dall’idea, fallimentare, che non puoi osare per essere un film per famiglie.
In mezzo Bud Spencer si muove a stento, grosso e grasso, con gli occhi stretti, lo stesso pellicciotto di Dio perdona… io no, ma non la stessa grinta. Se Hill è rallentato ma ancora ci prova, il suo compagno è sperduto, picchia al rallentatore con il suono al massimo, ma è una statua gigantesca che non ha espressioni e non accende l’empatia, cosa che mai prima d’ora era successo. È un peccato perché la regia di Hill è spettacolare, chiede di essere cinema in un contesto miserabile, non riesce è vero a gestire al meglio la coppia di protagonisti, ma ha un occhio unico per i paesaggi, quasi da grande western leoniano.
Meglio va per i due quando l’ambiente è più stretto perché Bud sembra meno ingessato e le coreografie, nelle ultime sequenze, sono più ispirate con le pentole roventi nelle mani dei cattivi e i cazzotti iperrealisti che ci fanno tornare ancora sul set meraviglioso dei Trinità. Solo che poi c’è il resto, perso in un mare di citazioni, dall’Eastwood di Il buono, il brutto e il cattivo, allo spolverino de Il mio nome è nessuno, fino alle battute, nuove ma sentite mille volte, false come i suoi protagonisti, due zombi che scimmiottano la gloria del passato, senza neanche la variante Paul Smith e Michael Coby.
Dispiace ma è qui che la coppia si perde e noi con loro, sulle note, queste bellissime, di Pino Donaggio.
Andrea K. Lanza
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