Come dice il saggio, non c’è due senza tre e quindi ecco il capitolo conclusivo di quella che ormai è diventata una trilogia degna di una fama globale. Dopo il film del 1995 e il sequel del 2017, nel 2019 debutta nelle sale Jumanji – The Next Level. Forte del grande apprezzamento riscosso dal prequel, il progetto, che ha visto la luce poco prima che il mondo intero venisse inghiottito dalla crisi pandemica del COVID-19, ha richiamato nuovamente l’attenzione del pubblico e generato svariati consensi. Al box-office racimola 800 milioni di dollari e la critica commenta perlopiù positivamente la pellicola.
Questa volta i personaggi che avevamo imparato a conoscere in Jumanji – Benvenuti nella giungla faranno ritorno nel videogioco di loro spontanea iniziativa e per una sola ed essenziale motivazione. Ma facciamo prima un passo indietro. Dopo aver salvato il mondo virtuale dalle grinfie del maledettissimo Van Pelt ed essere riportati alla realtà, i ragazzi nel corso degli anni cominciano a intraprendere delle strade diverse. Ognuno ha le proprie passioni e attività da portare avanti, ed è inevitabile che non possano più frequentarsi assiduamente come avrebbero desiderato. Spencer, insoddisfatto della vita che sta conducendo, decide di “riportare in vita” il suo avatar e di tornare a Jumanji. Ciò gli impedisce di presentarsi a un incontro che era stato organizzato dai suoi vecchi compagni di avventura che, insospettiti dalla sua assenza, si fanno vivi a casa sua. Qui incontrano il nonno di Spencer, Eddie, assieme a un amico di lunga data, Milo. Nessuno però sa che fine abbia fatto il ragazzo, finché non si ode l’inconfondibile suono tambureggiante riecheggiare nella villetta. Una volta raggiunto un accordo, può cominciare la missione di salvataggio. L’unico problema è che, per una scorretta ricostruzione del supporto fisico del videogame operata da Spencer, in seguito alla decisione di distruggerlo assieme ai suoi compagni, il mondo che i ragazzi pensavano di trovare è completamente diverso, così come l’obiettivo da portare a termine durante la partita.

Rivestono nuovamente i panni dei protagonisti gli attori Dwayne Johnson (Dr. Bravestone), Jack Black (prof. Oberon), Kevin Hart (Franklin Finbar), Nick Jonas (Jefferson McDonough) e l’attrice Karen Gillan (Ruby Roundhouse), così come riprendono i propri personaggi gli interpreti dei ragazzi di Brantford. Al cast si aggiungono Awkwafina (Ming Fleetfoot), Rory McCann (Jurgen il bruto) e infine due incredibili attori, che non hanno bisogno affatto di presentazioni: Danny DeVito, che rappresenta il vecchio e scorbutico nonno di Spencer, e Danny Glover, che recita nelle vesti di Milo, l’amico storico di Eddie. La direzione del film è stata affidata nuovamente a Jake Kasdan, consentendogli di fare così doppietta per quanto riguarda questa trilogia. Vari sono stati i set nei quali è stata girata la pellicola, tra i quali possiamo citare le isole Hawaii, la California e il New Mexico.
Le misteriose avventure che attendono i nostri eroi li spingono a barcamenarsi fra numerose insidie, da ippopotami imbizzarriti, a struzzi inferociti, aerei che precipitano, barbari invasori, squadroni di mandrilli potentemente territoriali e chi più ne ha più ne metta. Il grosso dubbio che può instillare la visione del film, tuttavia, è che si stia assistendo a un susseguirsi di déjà vu: molte immagini, frasi, scene intere addirittura, richiamano ciò che ci era stato mostrato nel prequel del 2017. E qui la domanda sorge spontanea: “Ha senso l’aver voluto realizzare un progetto che sia una sorta di storia già vista, ma arricchita con qualche dettaglio e dinamica in più?”. La risposta giusta potrebbe essere: “Perché no?”. In fondo l’obiettivo di questo capitolo è di suscitare ilarità nel pubblico, si focalizza molto sulla vena comica, sfruttando abbondantemente battute che non possono fare altro che strapparci una risata. Non ha quindi grosse pretese ed è un punto a suo favore. Ma il condizionale è d’obbligo: potrebbe. La variazione sul tema, in fondo, c’è stata anche stavolta, grazie all’espediente narrativo che dona una certa varietà, con le conferme dei protagonisti principali e le new entry ma, come già accennato, il grosso limite del già visto incombe minaccioso e la spinta del predecessore si perde inesorabilmente a ogni minuto che passa.

Jumanji: the next level vende l’anima all’intrattenimento senza spina dorsale e decisamente la perde. Tornare in Jumanji volontariamente per poi cercare ancora di uscirne, in mezzo qualcosina di divertente certo, ma se il divertissement di Benvenuti nella giungla nascondeva un piccolo, leggero, magari banale ma sempre simpatico, coming of age, qui siamo davanti a un’avventura fine a sé stessa dove mancano il sentimento, e non si intende nulla di romantico, e la consapevolezza presente non solo nel capitolo del 2017, ma anche nel mitico capostipite del 1995. Intendiamoci, questo potrebbe non essere un problema, di nuovo, potrebbe, ma sicuramente lascia un po’ l’amaro in bocca vedere la deriva presa dalla saga, una deriva che spreca tutto lo sprecabile, a eccezione dell’unica cosa differente rispetto ai film precedenti, l’unica, però, che al tempo stesso è anche negazione del senso proprio di Jumanji: la fuga da quel mondo, dopo aver imparato qualcosa di sé, in una scoperta qui sovvertita e mancante.
In sostanza, questo film e il precedente condividono la medesima struttura narrativa, che si discosta parecchio da quella che era alla base del primo Jumanji. Il terzo capitolo della saga, alternando scene più tipiche di una commedia ad altre maggiormente in linea con i film di azione/avventura, e condendo il tutto con qualche episodio, uno solo, più commovente, sono certo che potrebbe non deludervi. Maledetto condizionale.
Daniele Ferrari