In esclusiva su Netflix è arrivato l’ultimo film animato dedicato alla “guerriera che veste alla marinaretta”, Sailor Moon. Intitolato Pretty Guardian Sailor Moon Eternal – Il film, e diviso – come in Giappone – in due parti, costituisce il sequel della serie reboot Pretty Guardian Sailor Moon Crystal (2014-2016), prodotta da Tōei Animation come adattamento più fedele al manga originale di Naoko Takeuchi, in occasione del ventennale del franchise, e trasmessa anche in Italia sulle reti Rai. II film, che doveva uscire nel 2020, ha conosciuto rallentamenti nella produzione a causa della pandemia, uscendo infine solo quest’anno.
A monte, le origini di Sailor Moon datano al marzo del 1991. Uscirono allora i primi capitoli di un manga di un’autrice ancora sconosciuta, Naoko Takeuchi appunto, che colpì molto l’attenzione. Si trattava di Codename Sailor V, un mahō shōjo (o majokko: i fumetti per ragazze incentrati su giovani maghe) all’epoca decisamente atipico: la sua protagonista, la bella Minako Aino, è dotata di poteri magici e si trasforma, come avviene normalmente nel genere. Tuttavia, Minako utilizza le sue capacità non per risolvere problemi più o meno comuni, bensì per tramutarsi nella supereroina Sailor Venus, l’incarnazione del pianeta Venere vestita con una versione pittoresca del tradizionale sailor fuku (la divisa alla marinara delle studentesse giapponesi), per poi combattere con questa identità contro nemici spaventosi, con tecniche speciali simili a quelle dei manga d’azione per ragazzi. L’idea piacque moltissimo e alla casa editrice Kōdansha, che ne stava pubblicando i capitoli sulla sua rivista Run Run, fiutarono subito l’enorme potenziale di questa svolta. Naoko Takeuchi venne dunque coinvolta in un progetto analogo, ma di maggior respiro e decisamente multimediale. Nacque così il manga Pretty Soldier Sailor Moon (Bishōjo Senshi Sailor Moon), il cui primo capitolo venne pubblicato il 28 dicembre 1991 sulla rivista Nakayoshi. E dopo neanche tre mesi, il 7 marzo del 1992, vide la luce sull’emittente TV Asahi anche il primo episodio del relativo anime prodotto dalla Tōei Animation, affidato al giovane regista Jun’ichi Satō.

Le due opere raccontano, in parte in modi differenti, la storia dell’imbranata studentessa delle medie Usagi Tsukino (ribattezzata Bunny nell’adattamento Mediaset dell’anime, andato originariamente in onda tra il 1995 e il ‘97), che scopre dalla gattina parlante Luna di essere una delle leggendarie Guerriere Sailor protettrici della Terra: Sailor Moon, la paladina della giustizia con il potere della Luna! Recitando con il suo strumento magico – inizialmente una spilla – una formula coreografata, Usagi si trasforma in Sailor Moon, iniziando così la sua personale carriera da supereroina in solitaria…ma non troppo, ricevendo sin dall’inizio l’aiuto del misterioso Tuxedo Kamen (Mamoru Chiba, nell’adattamento “storico” Marzio). Sailor Moon deve quindi trovare le sue quattro compagne, le cui identità di Guerriere Sailor sono a loro volta sopite – eccetto nel caso della biondissima Minako Aino (Marta – ebbene sì!) aka Sailor Venus, già attiva come supereroina per conto proprio: il personaggio viene così recuperato con tutto il suo background, e Sailor V diventa ufficialmente il prequel di Sailor Moon. Tuttavia, Minako si presenterà solo quale ultimo membro del quintetto originale (le Inner Sailor, le combattenti dei pianeti interni del Sistema solare). Prima conosceremo la saggia e geniale Ami Azuno (Amy), ovvero Sailor Mercury, la passionale e combattiva Rei Hino (Rea), Sailor Mars, e la forte e generosa Makoto Kino (Morea), Sailor Jupiter. Le cinque eroine, dotate ciascuna di un diverso potere elementale, indossano tutte un sailor fuku di colore differente: è un altro concept che viene ripreso dalle serie per ragazzi, inaugurato nel 1972 con il quintetto protagonista dell’anime Gatchaman della Tatsunoko, del compianto Tatsuo Yoshida. Ma per Sailor Moon furono più immediatamente influenti i coevi tokusatsu (le serie TV nipponiche dal vivo con supereroi e mostri) del filone Super sentai, iniziato nel 1975 da Himitsu sentai Goranger – “Squadra segreta Goranger” – di Shōtarō Ishinomori, sempre della Tōei. Un filone in seguito celebre anche negli USA, con le versioni rimontate nei telefilm dei Power Rangers della Saban Entertainment.
Di rivelazione in rivelazione, Usagi scoprirà poi di non essere solo una guerriera, bensì l’incarnazione della principessa Serenity del regno lunare perduto di Silver Millennium, legata in eterno amore a Mamoru/Tuxedo Kamen, rivelatosi il suo sposo il principe Endymion. Così i vari avversari con cui le Guerriere Sailor si scontreranno, sono niente altri che gli antichi nemici di Silver Millennium, che mirano nuovamente a conquistare la Terra. Per sconfiggerli, nel corso dei vari archi narrativi, le Guerriere dovranno affinare i loro poteri, ottenendo nuove tecniche e gadget. Inoltre acquisiranno nuovi membri, tra cui le più adulte Outer Sailor (le guerriere dei pianeti esterni del Sistema solare) e la piccola Chibiusa, la futura figlia di Usagi e Mamoru arrivata ai nostri giorni viaggiando indietro nel tempo.

Sailor Moon, nelle sue varie e numerose incarnazioni nei media più disparati, costituisce un successo tra i maggiori e più duraturi della storia dell’intrattenimento giapponese nel mondo, e ha saputo imporre personaggi iconici celebri pressoché ovunque. In termini di merchandising, in soli due anni Bandai fatturò qualcosa come 400 milioni di dollari in giocattoli e gadget vari legati a Sailor Moon, il cui mercato complessivo arrivò intorno ai 1000 miliardi di yen l’anno (fonte: Storia dell’animazione giapponese, Guido Tavassi, edizioni Túnué).
Il segreto del successo di Sailor Moon risiede indubbiamente nel suo aver rotto gli schemi, mescolando sapientemente quotidianità e fantasy, commedia e tragedia, romanticismo tradizionale (l’eterno amore tra Serenity ed Endymion) e ammiccamenti erotici più adulti, quali quelli desunti dalla rappresentazione omosessuale dei sottogeneri yaoi (inerente l’omosessualità maschile) e soprattutto yuri (inerente quella femminile): si pensi solo all’affascinante coppia lesbica costituita dall’androgina Haruka Ten’ou (Heles), ovvero Sailor Uranus, e l’eterea violinista Michiru Kaiou (Milena), Sailor Neptune. Questi aspetti, pesantemente censurati nell’adattamento Mediaset, hanno reso Sailor Moon quasi un simbolo della lotta degli appassionati contro certo oscurantismo della TV italiana, per quanto concerne i tagli e le alterazioni inflitti a opere straniere, nonché per quanto riguarda propriamente la rappresentazione della sfera LGBTQ+ sul piccolo schermo.
Ma – come si è già accennato – la vera rivoluzione di Sailor Moon, in questo opera autenticamente queer, è stato il suo aver infranto la barriera tra manga per ragazze e ragazzi. Non solo ottenendo successo presso un pubblico estremamente variegato, ma anche inventando questa sorta di “battle majokko” capace di travalicare tanto i target quanto i generi. Penso in questo a opere come il tragico ed esistenzialista anime Puella Magi Madoka Magica (2011) di Magica Quartet, un majokko dalle tinte insolitamente nere e violente, sorta di corrispettivo di Neon Genesis Evangelion nel suo filone; oppure al più recente Magical Girl Spec Ops Asuka (2015-’21) di Makoto Fukami e Seigo Tokiya, vero e proprio seinen (manga per giovani uomini) che ricontestualizza il mito delle maghette in un catastrofico scenario militare. Sailor Moon è stata inoltre in grado di travalicare i confini geografici, influenzando opere di ogni Paese: qui mi limiterei a ricordare l’influenza che la serie di Naoko Takeuchi ha avuto su prodotti nostrani come le W.I.T.C.H. create da Elisabetta Gnone, Alessandro Barbucci e Barbara Canepa nel 2001 per Disney Italia, o il cartone animato Winx Club creato da Iginio Straffi nel 2004 per Rainbow, e andato in onda sulla Rai. In entrambi i casi abbiamo a che fare con quintetti di maghette combattenti.

Pretty Guardian Sailor Moon Eternal: Il film, realizzato da Studio Deen per Tōei Animation, e diretto da Chiaki Kon, è un eccellente doppio lungometraggio che aggiorna il riconoscibile stile di Sailor Moon all’animazione cinematografica giapponese odierna, senza tradirlo affatto. Il film adatta il quarto arco narrativo del manga, quello del Dead Moon Circus, che vede i protagonisti della saga, leggermente invecchiati – Usagi è al liceo, mentre Mamoru è iscritto a medicina – costretti a tornare in azione contro i nuovi avversari che, come al solito, si riveleranno poi antichi nemici legati alla storia di Silver Millennium. Questo arco, già precedentemente adattato nella serie classica, gioca molto sul tema del sogno, dello specchio e del doppio, attraverso una serie di “episodi” dedicato a ogni singola guerriera – comprese le Outer e Chibiusa – costrette a lottare ciascuna contro un nemico, ma soprattutto contro sé stesse e le proprie debolezze, per ritrovare infine, potenziate, le proprie capacità. Arrivando poi, nella seconda parte, al gran finale della concitata battaglia contro il boss di turno, la malvagia Regina Nehellenia.
Pretty Guardian Sailor Moon Eternal – Il film ha dunque il grande pregio – tendenza fortunatamente sempre più diffusa nei lungometraggi animati giapponesi – di non essere un episodio a sé, alternativo alla saga originale e per esso, alla fin dei conti, irrilevante, bensì una parte importante e significativa della sua continuity. Forse il rovescio della medaglia è che, per chi non ha visto Pretty Guardian Sailor Moon Crystal, o in generale non conosce il mondo della paladina della Luna, questo suonerà come un problema: come faccio a vedere qualcosa di cui non conosco le premesse? Può non essere così grave: Sailor Moon presenta una narrazione lineare, fondata su personaggi immediatamente riconoscibili ed elementi per lo più ripetitivi. Dunque questo film, che prende piede da un vero e proprio riavvio della storia, può essere tranquillamente fruito e compreso di per sé.
Pretty Guardian Sailor Moon Eternal: Il film è quindi un ideale punto di accesso per qualsiasi appassionato delle Guerriere Sailor. Per i vecchi fan, che non vedevano l’ora di rivedere le loro belle e coraggiose eroine in azione, e per i più giovani, che hanno l’opportunità di attingere a un vero e proprio pezzo di storia della cultura pop giapponese, nonché del mondo intero.
Alessandro Bruzzone