Secondo la “politique des auteurs” teorizzata da Truffaut con l’articolo-manifesto Alì Babà e la politica degli autori (1955) non esistono film minori o migliori in quanto l’opera di un regista viene valutata complessivamente. “Non ci sono opere, ci sono solo autori.” Il punto focale è la messa in scena, l’unico linguaggio possibile e l’unico mezzo per determinare il significato morale e il significato estetico.
A questo punto, qualcuno potrebbe già storcere il naso. Perché parlare di teoria del cinema, di Truffaut, di messa in scena, quando ci apprestiamo a parlare di un film di quel cagnaccio di Zack Snyder?
Risposta: perché no?

Con Rebel Moon, Snyder ribadisce il potere centrifugo della messa in scena, sbalorditiva, roboante e cafona, in grado di afferrare il pubblico e di determinare la sincerità assoluta e la capacità di riprodurre una realtà oggettiva da parte di un autore. Basti pensare al filo rosso che unisce il piano sequenza in cui Leonida massacra i suoi avversari in 300 e la scena in cui Kora (Sofia Boutella) stermina i soldati stupratori in Rebel Moon, oppure l’incipit di Dawn of the Dead (2004) e i primi minuti di Watchmen (2009).
Rebel Moon condivide l’universo di Army of the Dead, Man of Steel, Batman v Superman e Zack Snyder’s Justice League, non solo per slow motion e speed ramping, ma per la messa in scena sfacciata e arrogante di un uomo a cui non frega assolutamente nulla delle critiche varie ed eventuali che puntualmente cercano di metterlo all’angolo con gli occhi pesti e gonfi. Con Rebel Moon, Snyder depreda I Sette Samurai e Guerre Stellari, ma non solo, getta nella centrifuga Willow, Krull, Legend, senza dimenticare il post-atomico d’accatto nella declinazione più pulp and western del Massaccesi di Endgame- Bronx Lotta Finale piuttosto che l’epopea di Miller.

Ma, soprattutto, Rebel Moon è un peana dedicato allo spaghetti western con Sofia Boutella nel ruolo dello “straniero senza nome” che spara, uccide, frantuma ossa con lo sguardo rassegnato e disperato di chi non può fare altro per vivere. Non per sopravvivere. Lo scontro finale con Ed Skrein in uniforme nazista è quanto di più ricattatorio e “già visto” sia mai stato prodotto dall’industria culturale, certo, ma la potenza e la sfacciataggine della messa in scena fanno impallidire la Disney conservatrice in balia del fandom e delle pastoie censorie.
La “Space Opera” è un genere da prendere con le pinze, in cui le ambizioni autoriali si scontrano con la pesante eredità di un passato che per molti è impossibile (o sacrilego) riprodurre (vedi Besson e Wachowski). E qui ritorniamo alla politica degli autori. Snyder dimostra “sincerità assoluta” e una capacità di “messa in scena” che va al di là di ogni facile qualunquismo. Se volete una dimostrazione diretta, aspettate la scena in cui Tarak, il nobile ridotto in schiavitù per un debito, viene “costretto” a domare una creatura a metà strada tra il corvo e la pantera nera; Snyder passa con disinvoltura e senso del “meraviglioso” da Il Cavaliere Elettrico a Kaan principe guerriero approdando, finalmente, a I Magnifici Sette nello Spazio.
Non è poco.
Domenico Burzi