Zagor e Cico raggiungono New Orleans per aiutare il loro amico “Guede’” danseur nella lotta contro uno stregone vudu che ha trasformato gli schiavi delle piantagioni in un esercito di zombi al suo servizio e a quello di un ricco bianco senza scrupoli!
Zagor fa parte del mio passato. Potrei essere un immemore di una zona del crepuscolo, perso nei miei ricordi, nelle testate che leggevo da piccino e che non mi hanno più scosso da tanto tempo. Non serve un corvo per ricordarmi “i mai più” o “per sempre”, abbandonati, bestemmiati, ripresi come si fa con i capelli dell’amata ora che quell’amata è lontana, in un altro tempo, quello in cui spendevi 500 lire alle bancarelle del porto. Genova, la focaccia e un tizio con la scure che viveva con un grasso messicano. 500 lire e tuo padre, che ora è solo uno schizzo di una tela mai finita, ti diceva “Io preferisco Ken Parker” e tu a malapena conoscevi Tex. Zagor sa di tutte quelle madeleine, magnificato dal tratto di Gallieno Ferri che giocava nei chiaroscuri come James Whale faceva con Elsa Lanchester e il suo melò d’amore e morte. Nolitta, Bonelli, Darkwood e il cinema che non ha bisogno di essere filmato per fruirne. In Zagor l’Universal prepotentemente si riversava in set che avrebbero richiesto miliardi e che invece noi fortunati attraversavamo in un viaggio che cristallizzava il nostro tempo, il non luogo della lettura che distrugge la gabbia del fumetto, che annulla il bianco e nero per regalarci colori che mai esisteranno. Ricordo una casa del terrore, ricordo il faccia a faccia con il mostro della laguna nera, con una tigre mannara, con il vampiro Rakosi, con i druidi sanguinari: Zagor, prima di Dylan Dog, era quel fumetto che non indietreggiava, ma amoreggiava con tutti quei film che prima della scorpacciata di vhs, noi i nati negli anni 70, ad un passo dall’apocalisse dei pc, potevamo solo spiare attraverso tv scalcagnate o più generose trasmissioni Rai o mediaset meno snob.

La notte dei maghi, Vudu! e Zombi sono state un momento altissimo nella storia del fumetto, non solo d’avventura, non solo Zenith con il numero falsato senza averlo mai capito. Non più Ferri, ma Franco Bignotti, capace col suo tratto alla Un ragazzo nel Far West di prenderci sottogamba, quasi si trattasse di una storia filler, un tappabuchi alla Al Milgrom su Spiderman, per poi sorprenderci con i suoi zombi che avanzavano, terribili e terrorizzanti, lontani dal classicismo di Ho camminato con uno zombi, ma moderni come l’Hammer più scatenato de La lunga notte dell’orrore, 1966 come fosse il 2019 dopo la caduta di New York, modernissimo e ancora irraggiungibile. Nolitta anticipa Sclavi nel suo pastiche di citazioni e di innovazione: tutto quello che ci aspettavamo fosse dentro quei tre numeri c’era, ma tutto quello che ci aspettavamo non era mai stato visto, ops, letto prima.
Color Zagor 17 arriva già castrato quindi col suo titolo meno performante Il signore dei cimiteri, in un’epoca nella quale si paga un biglietto al cinema per ridere in pubblico, la degenerazione che non scopa, non guarda, ma deve essere protagonista per forza di ogni spettacolo mentre tu sei il derelitto John McClaine di un’epoca in cui John Wayne aveva finali a cavallo in religioso technicolor. Color Zagor 17 non è Nolitta, non è Ferri, non è Bignotti, ma un fumetto che ha alle spalle quasi 50 anni e non accenna, non accetta, di morire malgrado non si legga al contrario e non ci siano nudi. Don Zagor non ha donne, solo un fedele scudiero, non ha pulsioni erotiche ma solo avventure saltuarie morte lì: a Batman è bastato meno per essere oggetto di meme omoambigui sulla sua sessualità. Quindi ricapitolando cosa potrebbe attrarre di un fumetto che era moderno decenni fa e che ora vive pericolosamente il suo alzhaimer di clichè e situazioni che lo smaliziato pubblico del 2023 ha già visto e si è annoiato prima di leggere? Facile. Stefano Fantelli.

L’universo statico da decenni di Zagor, forse ancora fermo alla rivoluzione Tiziano Sclavi di universi paralleli pre Recchioni, non ha avuto grossi scossoni in questi anni, buone storie, ma non scossoni, ed è di questo che un fumetto ha bisogno, eruzioni, cataclismi, la terra che si muove come a Pompei e la lava ad un passo dalla pelle che scotta. Fantelli non è in Zagor il Messia, ma una boccata di aria fresca in una stanza che puzza di chiuso. Il suo mondo di El Brujo, di scrittore prima che sceneggiatore irrompe con potenza nelle tavole classiche che più non si può di Marcello Mangiantini. Dentro i suoi fan ci troveranno stralci di Brigitte, de La ragazza dall’occhio di vetro, frammenti di specchio che tagliano quanto i suoi racconti. Il mondo Fantelli è complesso, è intriso da un romanticismo putridamente erotico, da personaggi fragili e bellissimi, da squarci di poesia che fanno esclamare barkerianamente “Il sangue non era infinito, come infinito non era l’amore”.
Color Zagor 17 è sì un compromesso tra quelle creazioni libere e selvagge e il mondo più impettito dello spirito della scure, ma lo scrittore è capace di allentarla quella cravatta e portare un po’ del suo universo, per nulla commerciale o facile, in una letteratura, ovviamente commerciale e facile, come il fumetto di Nolitta.
Si parte da un intro al cimitero con i morti che riemergono dalle tombe per poi, qualche tavola dopo, ritrovarli a claudicare lentamente, in massa, come nel classico The Walking Dead, in una cittadina che sa di pesce e morte, ad un passo da Lovecraft e dal Fulci made in Dunwich più sfrontatamente splatter. Mentre squali volanti, come in Sharknado, prestano il nome a bar puzzolenti, di tagliagole e attacabrighe, territorio confortante per ogni zagoriano al pari della stanza dei salvataggi di Resident Evil, si attua la rivoluzione: ventri squarciati da pugnali, bubboni con dentro scorpioni, ma soprattutto una bella femmina, rossa dai capelli, che sputa, come la Jennifer del classico I spit on your grave, sul patriarcato, sul suo stesso gene, ed è talmente emancipata da preferire Cico al protagonista in un coitus interruptus bonelliano che non fa eiaculare la fantasia in fatti certi.
Gli zombi di Fantelli non sono morti viventi moderni, si rifanno alla scuola di Torneau, ma sono vicini modello, a sua volta, classico, del Fulci che riportava i revenant ai tamburi tribali, alle isole tropicali e al vudù come Nolitta qualche anno prima.

La maestria di Fantelli è di giostrarsi con efficaci tra presente e passato, armonizzando il tutto nell’equilibrio precario, ad un passo dall’abisso. Soprattutto riporta ai lustri nolittiani, come pochi prima di lui, personaggi un po’ ingessati come Cico, facendolo muovere e interagire con brio laddove molti sceneggiatori lo abbandonavano dopo poche infelici gag.
Il signore dei cimiteri, vuoi anche per il ritorno in territori horror del simpatico Froggy Bill, merita la lettura, i suoi 8 euro e 90, e perché no il passa parola per i neofiti. Zagor così diventa un fumetto di quasi cinquant’anni che oggi pare, per tutti i tamburi di Darkwood!, un giovanotto.
Andrea K. Lanza