“Niente è più triste della morte dell’illusione”.
Romy Hausmann apre il romanzo citando una frase di Arthur Koestler, scrittore, giornalista, saggista, filoso e parapsicologo ungherese. Nessun’altra frase avrebbe potuto centrare il nucleo del romanzo come questa, poiché ha lo scopo di preparare il lettore a scorgere ciò che è reale e cosa non lo è. Perché è proprio vero, nella vita si vive di illusioni e sono quelle che, a volte, diffondono speranza. Proiettare noi stessi in situazioni irreali viene considerata come un’arma di difesa cognitiva per affrontare determinate dinamiche di vita, e capita spesso che proprio la mancanza di queste illusioni possa far perdere il controllo con la realtà.
La mia prediletta è il romanzo d’esordio di Romy Husmann, autrice tedesca classe 1981, edito Giunti, un thriller psicologico da cardiopalma con la capacità di far accapponare la pelle, far scervellare e diventare matto il lettore. La suspense sarà l’elemento chiave che terrà incollati alle pagine, e se all’inizio la lettura apparirà un po’ sconclusionata, confusa e contorta, è proprio lo scopo della Husmann confondere il lettore in modo tale da rendere la storia più interessante, perché avrà la possibilità di fare ipotesi e tirare le sue conclusioni.
“Monaco, SCOMPARSA LENA BECK (23 ANNI)
Dalle prime testimonianze , la studentessa sarebbe stata vista l’ultima volta alle 5 del mattino ad una festa nel quartiere di Maxvorstadt. Ultima chiamata fatta ad una amica sulla strada di casa. Da qui non c’è stata più nessuna traccia della presenza della ragazza”
Il primo interrogativo sorge spontaneo “Dov’è Lena?”.

Troveremo tre personaggi chiave che daranno voce alla storia: Lena, Matthias e Hannah. Ogni capitolo verrà narrato dal loro punto di vista, entrando nella loro testa e percependone le paure più recondite, che in qualche modo andranno a scontrarsi con i conflitti mentali che li porteranno a capire chi sono veramente. Un susseguirsi di immagini e flashback ci mostreranno passato, presente, ricordi e testimonianze utili per farsi un quadro della storia.
Matthias è un uomo che non si è mai arreso nelle ricerche di sua figlia e, nonostante i diversi anni dal suo rapimento, non è riuscito a darsi da pace. Finché un giorno Gerd Brühling, ex migliore amico e capo della squadra investigativa che aveva in mano il caso della figlia scomparsa, busserà alla porta di casa sua con una notizia sconvolgente. Ed è proprio qui che inizia il rapido e sconvolgente declino e cambiamento di un figura essenziale per la storia. Della ragazza rapita, Lena, l’autrice ci svela ben poco, fino alla gelida notte di quattordici anni dopo il suo rapimento in cui viene ritrovata e trasportata all’ospedale a causa di un incidente stradale. Ma cosa nasconde Lena? C’è qualcosa che non torna nella storia, e chi è Hannah?
La mia prediletta è molto particolare e studiato nei minimi dettagli, visto anche che la tematica trattata è uno degli argomenti più delicati e difficili da esporre, ma che spopola in questo genere letterario. Troviamo diversi parallelismi con L’uomo del Labirinto di Donato Carrisi, con protagonista Mila Vasquez, piuttosto che in L’uomo dello specchio dei Lars Kepler, ultima uscita della saga, che ha come protagonista il commissario Joona Linna. In entrambi i libri tutto inizia con un rapimento.
Dal 1974 al 2020 sono stati riscontrati 7700 sparizioni di minori in Italia. I motivi delle scomparse sono differenti, parliamo di allontanamento volontario, o di cause come violenze domestiche, abusi ma c’è una percentuale che riguarda i rapimenti. Fortunatamente il 70-80% degli scomparsi sono stati ritrovati. Ma cosa spinge un uomo a rapire un altro individuo?
Ogni dinamica ha le sue motivazioni: riscatto, vendetta, puro e semplice piacere personale piuttosto che ossessione. Ed è proprio l’ossessione che spinge l’antagonista di questo romanzo ad indurlo a rapire la sua giovane vittima.
La maggior parte di questi rapimenti è premeditato e ogni rapitore studia nei minimi dettagli le dinamiche del luogo in cui vorrà segregare il malcapitato, che è fondamentale per la riuscita del piano. Spesso sono soggetti comuni che non danno nell’occhio, con una famiglia, un lavoro e una buona cerchia di conoscenti. Ciò fa di loro gli insospettabili ed è il motivo per cui il loro piano, nella maggior parte dei casi, riesce alla perfezione.
Isolamento forzato e disorientamento producono nella vittima, alla lunga, una sorta di disadattamento con ciò che è reale e ciò che non lo è. Ed è proprio a causa di ciò che delle volte nelle vittime si riscontra la Sindrome di Stoccolma, ovvero quando il rapito tende a riconoscere il rapitore come un suo alleato e può arrivare a provare empatia, fiducia, simpatica e a negare i maltrattamenti o addirittura il rapimento.
“Il primo giorno perdo il senso del tempo, la mia dignità ed un molare. In compenso guadagno due figli e un gatto. Ho anche un marito. È alto, ha i capelli corti e scuri, gli occhi grigi. È difficile capire se sia davvero sera, o se è stato lui a decidere così. Le finestre sono sigillate con pannelli isolanti. È lui a fare il giorno e la donna. Come Dio.”
La Sindrome prende il suo nome da un avvenimento accaduto negli anni 70’. Due carcerati, scappati dal carcere di Stoccolma, rapinarono una banca e ne sequestrarono tre donne e un uomo. I sequestrati, dopo il loro rilascio cominciarono a provare affetto nei confronti dei rapitori, causato dalla convivenza forzata, a tal punto da temere più l’azione della polizia che non dei loro sequestratori. Una delle tre donne arrivò al punto di sposare uno dei sequestratori, una reazione paradossale a livello emotivo, scatenata dal trauma subito e sviluppata a livello inconscio. È d’obbligo dire che spesso questa sindrome viene manifestata da soggetti più fragili e condizionabili, che eliminano totalmente il rancore nei confronti del loro sequestratore.
È inutile dire che le vittime di rapimento porteranno per un lungo periodo gli strascichi della loro detenzione. Come gli strascichi che lascia la lettura di La mia prediletta: l’emozione prevalente sarà l’angoscia e ci ritroveremo imprigionati in un incubo da cui non siamo in grado di svegliarci.
Valentina Bianchi