Non aprite quella porta 3 di Claudio Fragasso è considerato un po’ da tutti un brutto film. A pari passo di una nomea di regista scadente che il nostro, un po’ ingiustamente, si trascina fin dai tempi di Troll 2. Effetti devastanti di un imbarbarimento dei tempi che vuole la demistificazione goliardica delle pellicole piuttosto che un’analisi accurata di esse. Così cade, insieme alla dubbia operazione di Adrian, l’intera carriera di un artista eclettico come Celentano, così Fragasso diventa l’emblema di un modo trash di fare cinema. Tutto nel giro di una decina o poco più di sfottò camuffati da videorecensione.
Che gli horror di Fragasso non siano confrontabili con la carriera che, dal 1993, lo vede alle prese con un cinema più impegnato e rabbioso, come il violento Teste rasate, è un dato di fatto, ma non si parla comunque di opere disprezzabili.
Se si esclude la parentesi di Troll 2, ironico, folle e sgangherato horror pro vegano, il resto sono pellicole più che discrete, pur con i limiti di un budget da Terzo Mondo.

Fragasso, dietro la maschera di Clyde Anderson, gira una serie di horror interessanti, come nel caso del pittorico After Death, uno zombi movie spinto all’eccesso dello splatter e del non sense, o del delirante Monster dog, interpretato da un catatonico Alice Cooper, rilettura azzardata sul mito del licantropo.
Sono gli anni de La casa 5, ma anche delle ultime collaborazioni con Bruno Mattei, gli anni selvaggi degli esorcismi pre Conjuring, ma anche dei film sul Vietnam girati nelle Filippine, del seguito non seguito di Terminator che plagia Aliens, anni incredibili di nefandezze cinematografiche, di copertine bellissime e una messa in scena non all’altezza, di noleggi e visioni pazzesche che mai ti hanno abbandonato neppure crescendo.
Per certi versi Fragasso era meglio di Mattei, sicuramente a livello tecnico, uno stile che cresceva, pellicola dopo pellicola, e che gli avrebbe permesso di girare in Italia degli action in puro stile Hong Kong, unici e irripetibili, fortunati come Milano Palermo il ritorno, e più sfigati come l’incredibile Coppia omicida. Dall’altro però Fragasso non aveva il senso dell’umorismo di Mattei: i suoi lavori sono più seriosi, più autoriali, con quella voglia di essere serie A anche nella Z più torrida. E forse per questo meno divertenti e memorabili del collega.
Non aprite quella porta 3 viene girato come Night killer ma non soddisfa i produttori che chiamano ad aggiustare il tiro di un film “poco commerciale” l’amico Bruno Mattei. Appunto.

Marco Giusti, nel suo Dizionario dei film stracult, ricostruisce la vicenda:
“Fragasso lo gira in Virginia con una mano del suo vecchio socio Mattei. Ma le cose non funzionano troppo bene tra loro. Il problema è che Fragasso, terminate le riprese, se ne va a montare La casa 5 e lascia Mattei a terminare i trucchi e il montaggio. Quando torna trova un altro film
- Aveva tagliato tutto quello che avevo costruito come atmosfera e messo dentro tutto il suo gusto del gore. Il gore di Bruno Mattei. Gli chiesi ‘Perché hai fatto questo?’ Era la sua vendetta. Quella fu la fine del nostro rapporto-.
Mattei conferma di avere girato delle scene a Roma per il film, e di aver poi litigato con Fragasso, al punto di chiudersi in albergo. Discussioni sugli attori, ma anche teoriche, di cinema, insomma.
- Poi Claudio arriva e mi dice ‘Ho fatto un piano sequenza di sei minuti’ ‘E bel coglione!’ gli ho risposto. Una scena d’azione, di violenza, la devi fare tutta tagli, perché così la puoi stringere, la modifichi, secondo necessità. Se la fai tutta di seguito la ammazzi…”
Sia come sia, Night killer è un prodotto ibrido, perfetto per deludere un po’ tutti, i fan dell’estremo ma anche chi si aspetta un seguito di Non aprite quella porta.
Le parti girate da Mattei sono le più selvagge, con i ventri che vengono sventrati dalle mani artigliate di una specie di Freddy Kruger con una maschera da carnevale, ma anche le più avulse in una trama che chiaramente cerca di essere un thriller psicologico da camera, con soprattutto due personaggi soli in scena.
Night Killer paga dei dialoghi poco convincenti, a tratti deliranti (“Voglio scoparti il tuo cervello a sangue”), ma non cade mai nella sciatteria di altre pellicole prodotte dalla Flora Film di Franco Gaudenzi, comprese le stesse opere di Fragasso e Mattei.
La regia è elegante, le musiche di Carlo Maria Cordio potenti, la fotografia di Antonio Maccoppi molto efficace, capace di rendere a stelle e strisce una produzione italiana di cenci e intenzioni. A non convincere è il ritmo, molto discontinuo e i due attori principali, Peter Hooten e Tara Buckman, non proprio dotati della stessa chimica erotica che avrebbe richiesto il copione del regista e della moglie, Rossella Drudi. Sembra che i due interpreti ebbero non pochi problemi anche fuori dal set mal sopportandosi.
Peter Hooten, omosessuale e compagno del poeta James Merrill, aveva all’epoca alle spalle, due film italiani di culto, Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari e Anno 2020 – I gladiatori del futuro di Luigi Montefiori, ma anche la partecipazione in un ottimo clone de Lo squalo, L’orca assassina. Fu anche il primo Dr. Strange in un dimenticabile tv movie del 1978 che però interpretò non senza carisma. Non aprite quella porta 3, suo ultimo lavoro per 23 anni, lo vede distratto, esagitato e fuori fuoco rispetto ad un personaggio che avrebbe dovuto giocare la carta maggiore in un’ambiguità sottile.
Meglio la partner Tara Buckman, generosa a spogliarsi e non male nel tratteggiare una protagonista smarrita e confusa. Su di lei, quando il killer non è in scena, si regge l’intera pellicola e a lei vanno le lodi più sperticate, soprattutto alla luce di una prova attoriale non facile. Da lì a poco, in una carriera che aveva finito per relegarla, dopo gli esordi al fianco con Burt Reynolds, in pellicole italiane erotiche, abbandonerà le scene. Il film di Fragasso fu una delle sue performance migliori.
Non aprite quella porta 3 non è un buon film, ma un accettabile film che poteva essere ottimo. È un prodotto indigesto che vede le follie matteiane prendere prepotentemente il potere dell’intera impalcatura artistica, disseminando exploitation e dissennatezza. Non aprite quella porta 3 vive di dialoghi incredibili, mette in scena un villain che si veste, 4 anni prima, da Nightmare nuovo incubo, che chiama le vittime come in Scream prima di Scream, e che abbraccia ragazze discinte con i suoi artiglioni come un fumetto zozzo de Lo squalo. Non aprite quella porta 3 è anche però un thriller che gioca bene le sue carte fino al finale e, all’ultimo diventa, non solo un seguito spurio di un cult dell’horror, ma una sorta di puntata filmata di un Dylan Dog firmato da Claudio Chiaverotti con quei colpi di paura inspiegabili che hanno reso memorabili storie come Incubo di una notte di mezza estate.
Di certo Non aprite quella porta 3, o Night Killer come si sarebbe dovuto chiamare, è un’opera curiosa che diverte e che risulta essere, con After death, la prova più interessante di Clyde Anderson.
Consigliato.
Andrea K. Lanza
Commenti
Denis
Quell cosa che due registi diversi mettono mano allo stesso film l'ha ricordo in A Better Tomorrow 2 che segna la fine del sodalizio tra John Woo e Tsui Hark. Hark mette in giro malelingue e Woo infine va in America a girare dimostrando di adattarsi meglio di Hark che eva diretto il terzo episodio della saga di A Better Tomorrow in proprio con quel finale struggente con Anita Mui. Di Peter Hooten non sapevo mo c'è l'ho in un film sul Vietnam del 1975 intitolato Prisoner in cui c'è anche Mako ( Conan il barbaro).
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