Alexandre Bustillo e Julien Maury hanno conquistato gli appassionati degli horror con il primo film, il feroce À l’intérieur. Era il 2007, un’epoca che glorificava i film del terrore francesi come innovatori del genere, a cominciare da Alta tensione di Alexander Aja che diede l’inizio, nel 2003, alle danze.
Da allora sono passati solo 14 anni fa, ma sembrano millenni: i fasti di Martyrs (2008), Frontier(s) (2007), e La Horde (2009) sono divampati in un incendio che subito si è spento generando piccoli fuochi solitari, nati e morti senza clamore. In Francia escono ovviamente ancora horror, ma non se ne parla più con tanto fervore: pochi capolavori all’orizzonte, nessuna scuola cinematografica d’eccellenza al quale fare salamelecco. Le mode d’altronde sono passeggere, in ogni campo, e il pubblico è un’amante bugiarda e irriconoscente.

Ad Alexandre Bustillo e Julien Maury è però andata peggio che ad altri: dopo il folgorante esordio, sono rimasti accampati in un progetto senza futuro, il remake di Hellraiser di Clive Barker, una pietra tombale che ha visto, negli anni, alternarsi sceneggiatori, registi e interi cast senza mai concretizzarsi. Per chi conosce la serie Boris, Hellraiser è Il macchiavelli della scena horror. Oltre a À l’intérieur i loro successivi lavori sono risultati inconcludenti, girati bene ovviamente, ma poco convincenti sul piano narrativo. Mediocre Livide, micidiale Aux yeux des vivants, ed eccessivamente derivato Kandisha: un lotto di film che da noi neppure è sbarcato, prodotti usa e getta con una patina di pretestuosa autorialità. Senza contare l’esordio a stelle e strisce: Leatherface – Il massacro ha inizio, del 2017, si è rivelato uno slasher talmente pieno di buoni propositi e idee giovani da risultare eccessivamente fuori fuoco, un prequel deludente e poco interessante, così poco Non aprite quella porta malgrado le intenzioni.
Questo La casa in fondo al lago (The Deep House) arriva nei cinema italiani il 5 Agosto di quest’anno e purtroppo, complice la pandemia, non ottiene buoni risultati al botteghino. Eppure è il lavoro migliore del duo da tanto, tanto tempo. Non si parla di un grande film, ma di un horror che, pur con grandissimi difetti di ritmo e sceneggiatura, ha un indubbio fascino, a partire dalla inquietante ambientazione: una villa sepolta sul fondo di un lago.

Alexandre Bustillo e Julien Maury resuscitano il genere del Found footage che anni fa infestò i cinema di tutto il mondo con horror dal sapore casalingo, indubbiamente terrorizzanti ma prodotti in una quantità tale da far allontanare il pubblico dalle sale, lo stesso pubblico che era impazzito, pochi anni prima, per pellicole come Rec, Paranormal activity o Blair Witch project.
La casa in fondo al lago cerca di non sovrabbondare con le immagini finto amatoriali, questa volta opera di un drone e di qualche Gopro, ma crea un ibrido tra il film vero e proprio e le riprese subacquee. Purtroppo il piatto forte della vicenda è, come dice il titolo, l’ambientazione, quindi i due registi si concentrano, dopo un intro di una quindicina di minuti, nell’immersione dei due giovani esploratori diventando, a tutti gli effetti, un puro Found footage.
Qui, purtroppo, arrivano i problemi perché è cosa difficile, se non impossibile, dare ritmo ad un film che, è vero, dura appena 75 minuti, incapace di creare una situazione di pericolo con i suoi attori che nuotano lenti, ammazzando ogni regola base di tensione, senza che la sceneggiatura trovi mai l’escamotage di far loro prendere fiato o farli scappare più velocemente.
È indubbio che La casa in fondo al lago porti in scena una location straordinaria, inedita, debitrice del dimenticato In dreams di Neil Jordan, ma con l’aggiunta, ulteriore e gustosa, di un innovativo mix tra la narrativa lovecraftiana e il classico film sulle case stregate. Anche perché, a tutti gli effetti, anche sott’acqua, la villa dei Montagnac (loro il motto di famiglia: “Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col passare di strani eoni anche la morte può morire.“) è una casa infestata con tanto di fantasmi sanguinosi, riti di sangue e le porte che non si aprono. Immaginatevi quindi l’ansia e la paura quando tu, protagonista, oltre ad essere braccato da un gruppo di spettri assassini, impossibilitato a fuggire, devi fare il conto pure con la bombola d’ossigeno che lentamente segna la tua morte. Pauroso è poco, no?

Peccato che, dopo 30 minuti di riprese subacquee, di urla, di telecamera che, come il classico capostipite Blair Witch project, inquadra il nulla con la mdp tarantolata, la noia prenda il sopravvento. È allora che anche lo spettatore col cuore più puro, quello che la sera dice le preghiere prima di dormire, non può fare a meno di guardare l’orologio sperando in un twist che purtroppo non arriva mai.
È quasi un vanto, una cosa da guinness dei primati, il riuscire a fare sbadigliare il proprio pubblico in soli 75 minuti e con così tanta carne al fuoco. Alexandre Bustillo e Julien Maury ci riescono riconfermando la loro fama di registi mediocri e sopravvalutai.
Dispiace perché La casa in fondo al lago ha davvero un’ambientazione unica, alcune scene terrorizzanti, pochi ma efficaci salti sulla sedia, ma un’incapacità unica da parte dei due autori di giostrare fino alla fine la materia. In più, come in un horror tardo craveniano, dobbiamo subire, nei dialoghi, i rimandi consapevoli dei protagonisti al linguaggio dei film horror con il metacinema che non cerca solo di sfondare la quarta parete, ma la fa proprio saltare in aria come in un polar stracazzuto di Olivier Marchal. Quindi via di “Le bambole terrorizzano il pubblico”, “Ci vuole un jump scare” e così di amenità in amenità finché, come in Demoni di Lamberto Bava, un fantasma squarcia il velo di un telone da proiezioni.
Non aiutano le prove non eccelse dei due attori principali, il belloccio James Jagger e la bellissima modella Camille Rowe. Lei poi, già testimonial per Victoria’s Secret e Dior, ha pure il triste vanto di essere stata sì una delle Playmates nel 2016 di Playboy, la ragazza del paginone centrale per capirci, ma senza mai spogliarsi. Un po’ come comprare un kekab e trovarci solo verdure e insalata. Due zinne in più magari ce l’avrebbero resa più simpatica tra un urlo e l’altro.
Troppo poco spazio anche ai villain che comunque regalano però, almeno all’inizio, una certa angoscia: immobili, incatenati e nascosti da inquietanti maschere, i coniugi Montagnac, assassini di bambini, sembrano lì lì per riprendere vita e spaventare pubblico e protagonisti. Peccato che poi, quando effettivamente si risvegliano, non fanno paura a nessuno: goffi e lenti mentre incedono sott’acqua. Il thriller slow motion non ci mancava, a dire il vero.
La casa in fondo al lago non resuscita il Found fotage e, alla fine, non ce la sentiamo neppure di consigliarlo: perfetto sarebbe stato come cortometraggio su youtube. Ma probabilmente non ne avremmo mai parlato su Malastrana vhs.
Andrea K. Lanza
Commenti
Denis
Purtroppo i registi francesi curano di più l'immagine e la messa scena che la trama. In Dreams è quello con Annette Bening e tante mele rosse?
Andrea Lanza
Si, quello! Non male.
Commenti chiusi.