Lone Wolf & Cub (Omnibus)

Gli anni 80 sono stati un buco nero che si è aperto, come una voragine, nel nostro immaginario di giovani ragazzi a metà tra la fanciullezza e l’età adulta, in lotta continua nella battaglia degli ormoni e dell’insicurezza. Mentre l’avanzare degli anni ci ha portato a rinnegare i nostri amori infantili a base di “due mele o poco più”, le reti private e le sue programmazioni selvagge hanno scandito il nostro coming age. In quegli anni di doposcuola svogliati, Ken il guerriero, L’uomo tigre e una palestra giapponese di cartoni animati duri, al sangue, a volte deliziosamente scollacciati, come nel caso di Lupin III, Gigi la trottola o Lamù, aprivano nei nostri animi uno squarcio mai sanato. Senza che ce ne accorgessimo ci trovavamo davanti una profondità narrativa da film per adulti. Il tempo delle mele, per citare Raz Degan in Albakiara, era finito.

Impossibile dimenticare poi i telefilm giapponesi: al pari degli amati cartoni animati, i vari I-Zenborg o Megalomen portavano al pubblico occidentale gagliarde storie di robot, dinosauri e mostri meccanici. Storie interpretati, a volte sopra le righe, da attori nipponici ai quali la nostra scuola di doppiaggio assegnava però la voce degli iconici  Alcor di Atlas UFO Robot (Giorgio Locuratolo) o  Sayaka Yumi in Mazinga Z (Liliana Sorrentino, famosa soprattutto per Pollon). Un escamotage geniale per rendere più appetibile un prodotto poco fruibile per i mercati esteri.

Tra i tanti live sbarcati sulle nostre tv però un ruolo assolutamente principe ce l’aveva il cultissimo Samurai, una storia capace di catturare l’attenzione dello spettatore con quel mix tra western d’oriente e combattimenti concettualmente cruenti all’arma bianca. Noi, giovani spettatori, non sapevamo, prima di questo telefilm, né chi fossero i samurai né dell’esistenza di una scuola cinematografica che, da Hong Kong al Giappone, portava in scena affreschi storici a base di arti marziali e storie eroiche di guerrieri votati alla morte in nome della giustizia. Non conoscevamo i grandi film di Akira Kurosawa con Toshiro Mifume, il Gekitotsu! Satsujin ken di Sonny Chiba, citato e stracitato da Tarantino in Una vita al massimo, o i wuxia di Chang Chen, da noi usciti un tanto al kg sulla scia di Bruce Lee.

Samurai (子連れ狼 Kozure ōkami?), interpretato dall’iconico Kinnosuke Yorozuya, contò tre stagioni da 26 episodi l’una, dal 1973 al 1976, ed era tratto da un manga, molto più feroce e cruento, Lone Wolf & Cub. Da quel fumetto furono girati anche sei film con Tomisaburō Wakayama nei panni di Ogami Ittō, un settimo sbarcato pure in Italia, nel 1980, col titolo Shogun il giustiziere, opera di furbo montaggio delle pellicole precedenti, e un ultimo, del 1993, più intimista nel rapporto padre/figlio, Kozure Ôkami: Sono chîsaki te ni (子連れ狼 その小さき手に?) con Masakazu Tamura nel ruolo principale.

Samurai raccontava le gesta di un assassino per il Giappone del XVII secolo, un uomo mosso dall’onore, un tempo al servizio di un imperatore come kaishakunin ovvero colui che infligge il colpo di grazia ai nobili condannati al seppuku. Al suo fianco, tra scontri e omicidi, il figlio molto piccolo, Daigoro, trasportato a bordo di una carrozzina. La storia di questo telefilm era struggente e riusciva a farci amare, episodio dopo episodio, questi due bizzarri protagonisti: il padre in cerca di vendetta per la morte della famiglia, e il figlio, un bambino innocente che si trovava suo malgrado a crescere prima del tempo. Iconica la scena del genitore che fa scegliere al piccolo o una palla o una spalla: se propenderà per il balocco verrà ucciso in quanto troppo debole, se invece le sue attenzioni andranno all’arma potrà seguire il padre nel suo cammino di samurai errante.

Delicatissimo e feroce, pur senza toccare le vette splatter del Lone Wolf di Tomisaburō Wakayama, Samurai era un telefilm sopra la media, molto ben girato e interpretato.

Lone Wolf & Cub il manga però era qualcosa di superiore, a livello emotivo e narrativo, tanto da far sembrare, al confronto, Samurai e tutti i suoi epigoni una blanda risposta live al fumetto.

La differenza in primis sta nell’alchimia incredibile tra testi e disegni: il lato romantico, ironico e spietato di Kazuo Koike trova la giusta metà, il suo completamento nel tratto schizzato, a volte quasi abbozzato dei combattimenti illustrati da Goseki Kojim. Non solo, lo stile del disegnatore è qualcosa di incredibile quando descrive un mondo allo sbando come quello del Giappone feudale, paesaggi aridi con un vento perenne, quasi una rilettura dei nostri western più dark che, per pagare l’obolo al cinema giapponese, erano nati appunto da una rilettura di Akira Kurosawa. Lone Wolf come Django di Corbucci, solo che, al posto di portarsi appresso una bara con una mitragliatrice, Ogami Ittō spinge lento una carrozzina, con il figlio ma anche una serie di armi nascoste.

Goseki Kojim ritrae i volti dei samurai, delle magnifiche donne, dei nemici più crudeli con un fotorealismo che lascia ancora attoniti.

Si parla di un prodotto realizzato negli anni 70, mezzo secolo da oggi, e ancora con uno stile così moderno da guerreggiare senza problemi con qualsiasi opera realizzata in questo nuovo millennio.

C’è da dire che Kazuo Koike era un genio, uno dei più grandi fumettisti, al pari di Go Nagai, Alan Moore, Frank Miller, Osamu Tezuka, Tiziano Scavi e Katsuhiro Ōtomo. Kazuo Koike creò capolavori che hanno influito sulla storia culturale mondiale. I feroci, disperati e sanguinosissimi, anche nel gelido bianco e nero, Lady Snowblood o Crying Freeman sono leggenda, inimitabili e apripista per storie usate al cinema e nella letteratura in ogni sua variante. Le sue sono storie di vendetta e di redenzione, intrisi da un liricismo difficilmente riscontrabile altrove, almeno non con la stessa forza e veemenza, capace di scuotere e appassionare il lettore come raramente altri mangaka, negli stessi temi, sono riusciti.

Panini comics/Planet Manga ha avuto il merito, dopo anni di oblio, di proporre in una versione omnibus, di gran pregio, l’intera saga di Ogami Ittō in 12 volumi dal formato maggiorato di 18,5 x 25 cm e con una paginazione di circa 700 pagine cadauno. Già precedentemente, dal luglio 2003 al maggio 2008, sempre la stessa casa aveva lanciato l’opera in volumi più popolari e pulp, ma è solo con quest’ultima edizione, arricchita da molti extra, tra i quali le magnifiche copertine disegnate a suo tempo da Frank Miller e Lynn Varley per l’uscita nel mercato americano, che l’intera storia è fruibile nel migliore dei modi, come opera d’arte racchiusa in volumi pregiati. 

Più di 10000 pagine che filano veloci, che tagliano l’animo come una spada di samurai, una storia che, nel suo epilogo, quando la resa dei conti si palesa, riesce persino a commuovere. È questo che differenzia un grande fumetto da un buon fumetto, il fatto di rendere vivi i personaggi, magari anche solo quelli secondari, quei comprimari che muoiono male e tu non vorresti, ma come Ogami Ittō spingi la carrozzina e prosegui.

Una spada a nolo, un cucciolo a nolo”.

I passi si perdono nell’eco di un mondo silenzioso come quello del fumetto, nella testa le note di Flower of Carnage (Shura no Hana), cantate da Meiko Kaji, per la trasposizione di Lady Snowblood, la colonna sonora perfetta.

Shindeita

asa ni

tomorai no

yuki ga furu

Hagure inu no

touboe

geta no

otokishimu

La neve dolorosa cade nel mattino di morte

i latrati di un cane randagio

e i passi dei geta squarciano l’aria

cammino con il peso della Via Lattea sulle mie spalle

Andrea K. Lanza

TRAILER

INFOBOX

Lone Wolf & Cub Omnibus

Titolo originale: Kozure ōkami   

Numero di volumi: 12

Casa editrice: Panini Comics

Genere: storico, azione, drammatico

Disegni: Goseki Kojima

Storia: Kazuo Koike

Formato: 18×25,2

Numero di pagine (a volume): 710 (circa)

Disponibile: Sito Panini 

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Commenti

  • Denis

    La scena della palla o la spada da scegliere per l'infante la citava anche Jet Li in Drago Rosso, devi vedere assolutamente questi film anime se ami i samurai o io ninja: Kenshin samurai vagabondo le memorie perdute, La spada dei Kamui e Ninja Scroll

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